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A cura di
Alessandra Galiotto |
HACHIKO
Con Richard Gere e Joan Allen
Hachiko è una storia d’amore, non tra un uomo e una donna, ma tra un cane e il suo migliore amico.
Richard Gere è un professore universitario, ed una sera, in stazione, al ritorno dal lavoro, trova un cucciolo di una razza che poi scoprirà essere di origine giapponese.
Anche se inizialmente il protagonista sembra restio dal voler tenere il piccolo trovatello, soprattutto spinto dalla moglie, alla fine il cucciolo, che poi prenderà il nome di Hachiko, troverà in loro la sua famiglia, ed instaurerà proprio con Richard Gere un rapporto davvero speciale: andrà a prenderlo tutti i giorni in stazione al ritorno dal lavoro, aspettandolo sempre al solito posto e sempre alla solita ora.
Un triste giorno il professore, durante una sua lezione, muore per un attacco cardiaco, ed Hachiko questa volta dovrà aspettarlo invano.
La pellicola è tratta da una storia vera che però si svolse in Giappone ed Hachiko, nella realtà come nel film, attese il suo padrone per i nove anni successivi al tragico evento.
Colpiscono la dedizione e la fedeltà con cui il protagonista a quattro zampe rinuncia alla sua famiglia per fare ciò che sentiva di dover fare: essere sempre in quello stesso luogo nell’attesa del ritorno del suo insostituibile compagno di giochi, compagno di vita.
Così stette ad aspettarlo senza mai demordere e diventò quasi una leggenda per la gente del luogo che contribuiva al suo sostentamento e non solo: tutti partecipavano moralmente alla dimostrazione di amore che Hachiko, con costanza e sempre con lo stesso affetto, materializzava ogni giorno.
E’ stato meravigliosamente commuovente vedere sullo schermo il concretarsi di un amore gratuito, un sentimento capace di fiorire anche con il solo atto del “dare” , non abbisognando di nulla in cambio.
Talvolta l’uomo dovrebbe trarre insegnamento dall’immensa fedeltà e gratitudine che, in ogni momento, ci dimostrano i nostri animali domestici; a loro non importa chi siamo, quanti soldi abbiamo, se siamo belli o brutti, ci amano così, incondizionatamente e per sempre
SEGNALI DAL FUTURO
Un film di Alex Proyas con Nicolas Cage.
Il professore di astrofisica John Koestler non crede nel destino ed inoltre, rimasto vedovo in un tragico incendio, sembra non avere più neppure fede in Dio.
Il protagonista dovrà tuttavia ricredersi quando scoprirà che il suo unico e giovanissimo figlio è impossesso di un messaggio cartaceo, scritto da una bambina che frequentava la sua stessa scuola cinquant'anni prima, contenente una serie numerica che in sé cela le date e le coordinate geografiche dei giorni e dei luoghi dove e quando si tennero i più terribili massacri di massa ed inoltre dove e quando ve ne saranno altri in futuro.
L'innocenza pare essere la chiave del film, quel modo unico di approcciarsi alla vita che soltanto i bambini possiedono, il loro guardare libero da preconcetti e convenzioni, sempre pronti a lasciarsi stupire da tutte le cose, come una tela immacolata dove la vita ancora non sa tracciare il suo percorso, dove l'errore, il rimorso, il rimpianto ancora non si definiscono. Senza macchie insomma, come l'anima di chi ancora non sa e perciò è ancora aperto a tutta la conoscenza e allo stesso tempo quel medesimo sapere può ancora essere controllato perché non osi troppo oltre il limite del giusto trascendente, oltre la linea che divide il mortale dall'immortale.
Le tragedie preannunciate sembrano essere circoscritte e fini a se stesse ma in realtà non sono che un preludio ad un disastro che coinvolge la terra intera e che non può essere evitato; prende corpo così sullo schermo una moderna alluvione universale, ma questa volta i peccati dell'uomo non vengono affogati dalle lacrime del cielo, ma sono annichiliti dal fuoco del sole, ieri vita, oggi morte, ieri luce ed inizio, oggi buio e fine di tutte le cose.
I bambini diventano così i messaggeri, i tramiti attraverso cui entità extraterrestri, i veri artefici delle particolari premonizioni, possono esprimersi nel preannunciare l'inevitabile. Tali entità tuttavia non si limitano soltanto a questo, ma scelgono,similmente alla biblica arca di Noè, una coppia di bambini maschio e femmina per ogni parte del mondo, per poterli così salvare e far ricominciare da capo il genere umano.
Si realizza così una sorta di secondo inizio, un'altra possibilità che riparte dall'innocenza, si sceglie il bambino e questo potrebbe voler dire che l'adulto si è spinto troppo oltre, ha addosso non soltanto il peso della zavorra del peccato originale, ma, ciò che più conta, ha la presunzione di un sapere pressoché assoluto abusando così della sua intelligenza, autoproclamandosi implicitamente in troppi casi un pari del creatore, dimenticando di essere soltanto cenere animato da un alito divino.
ANGELI E DEMONI
Con Tom Hanks diretto da Ron Howard e basato sull’omonimo romanzo di Dan Brown.
Si propone così, abilmente riportata sullo schermo con sfumature intriganti ed affascinanti, la perenne ed immortale contrapposizione tra scienza e religione, carne e spirito, ragione e fede, che seppur nella loro inevitabile diacronia e nel loro antitetico esistere, si ritrovano, paradossalmente ed anche però naturalmente, l’una a completare l’altra ed insieme il senso stesso della vita.
Tom Hanks è un professore, appassionato di storia della chiesa cattolica e della religione in generale, legge di dio da sempre eppure non può dirsi un fedele, attraverso i suoi studi snida le contraddizioni ecclesiastiche ed è per questo che certo non può definirsi un amico del Vaticano, eppure sarà proprio quest’ultimo ad invocare il suo aiuto. Viene sottratto a degli scienziati svizzeri un composto chiamato l’antimateria, da cui si sarebbe potuto risalire al tempo della creazione e dimostrare anche l’esistenza di Dio. Il colpevole del furto è presumibilmente un membro della setta degli “Illuminati” che da sempre nella storia si scontra, ideologicamente e fisicamente anche, con la chiesa; costui sembra così determinato a dimostrare la supremazia della scienza sulla religione, proprio in un momento in cui quest’ultima è più vulnerabile: alla vigilia dell’elezione del nuovo pontefice, mentre quindi la sede papale è vacante e presieduta temporaneamente dal “camerlengo”. L’antagonista della vicenda rapisce quattro cardinali, i preferiti alla nomina papale, e minaccia di sacrificarli sull’ “altare della scienza” ed infine preannuncia un’esplosione luminosa, causata proprio dal composto chimico precedentemente sottratto, che distruggerà il vaticano ed una parte di Roma, estrinsecando così il simbolismo della luce della ratio trionfante su una fede conservatrice e contraddittoria. Sarà proprio il protagonista ( Tom Hanks) a cercare di evitare questo massacro.
La pellicola scorre veloce e lo spettatore non può far altro che restare ipnotizzato dall’evolversi degli eventi. E’ una brillante corsa contro il tempo che riporta anche la mente ai corollari della fede ed al suo apparente contrasto con il reale.
Si procede così con un metodo che potrebbe essere equiparato a quello hegeliano, dove la religione si propone come tesi, nella presunzione di dover essere assoluta e inconfutabile, a seguire la scienza che diviene la sua antitesi ed infine sorprendentemente il superamento della contraddizione nella sintesi che risulta probabilmente essere l’uomo stesso: L’inscindibile insieme di mente e cuore, il suo essenziale bisogno di ragionare e di credere, la capacità anche di accettare che non tutto possa essere razionalmente dedotto e spiegato.
Non si può a questo punto evitare di far riferimento al modernissimo Socrate che, già molto prima della nascita di Cristo, aveva individuato il saggio in colui che “ sa di non sapere”, l’essere umano è limitato nella carne e proprio in sè custodisce la sua croce ed insieme anche la delizia del vivere, nel tendere alla perfezione e ad una verità irraggiungibile.
Il regista ci conduce così per mano ad una conclusione, che viene interpretata comunque da chi scrive:Dio è perfetto, la chiesa è fatta di uomini e per questo esercita soltanto una tensione verso l’assoluto, proprio in sé, essa stessa deve e sarà in grado di prevedere il proprio miglioramento.
QUANTUM OF SOLACE
Regia di Marc Forster
con Daniel Craig, Judi Dench
Intrighi, complotti, bellissime donne e vendette, nulla manca al tipico scenario dell'agente segreto più famoso del cinema: 007, James Bond, interpretato dal fascinoso Daniel Craig.
Un'organizzazione criminosa spalleggia un colpo di stato in cambio della disponibilità di un luogo desertuoso, sperando così di poter ottenere non il petrolio, bensì, il monopolio dell'acqua, deviando il corso del fiume ed impedendo che arrivi ai pozzi delle città.
E' già facile immaginare come il protagonista destreggiandosi abilmente nelle situazione impossibili e ad alto pericolo, alla fine salverà eroicamente la situazione.
Bond non è un'eroe fiabesco, è completamente immerso nella realtà, è un uomo estremamente abile ed è perfettamente allenato a distruggere il nemico, ma è pur sempre un uomo con tutto ciò che questo comporta.
Impossibile non richiamare il primo capitolo delle vicende del nuovo 007:
Casinò Royale, al quale peraltro, nella pellicola che si tratta, si fa espresso riferimento.
Difficile quindi non parlare dell'amore di James,Vesper, e di come sia stato brutalmente spezzato dall'avidità del mondo e dalla ferocia degli uomini, trascinadolo via oltre il confine della vita.
La possibilità di lasciarsi corrompere dall'odio e di arrendersi inchinandosi al desiderio della vendetta aleggia in tutto il film, irrompe il contrasto tra il senso di giustizia intrinseco e la voglia di non attenersene.
E' la scelta di libero arbitrio che distingue l'uomo dalla bestia, colui che, anche con tutte le complicazioni del caso, si rifà alla morale; così Forster ci porta per mano a scoprire che 007 non è semplice forza e intelligenza, ma è soprattutto una persona che, anche con le ovvie difficoltà, antepone a se stesso dei principi maggioritari, a cui non può in ogni caso derogare.
COME UN URAGANO
Regia di George C. Wolfe
con Richard Gere, Diane Lane, James Franco
Il cuore vive silenziosamente, nutrendosi di piccole emozioni, è ladro di sospiri, talvolta ci si dimentica che è fonte di vita in più di un senso.
Alcune volte viene ferito, pugnalato, assassinato, altre ancora lo si mette a tacere volontariamente e così, a poco a poco, lo si lascia spegnere. Il sentimento è cosa incerta, è pericoloso lasciarsi trasportare, è come farsi guidare dalla notte, arrancando nel buio vellutato, così bello ed anche così ingannevole a un tempo, tutto può sembrare diverso baciato dall'argentea luce della luna; e così ci si rifugia nella luce del sole, convinti che solo il razionale sia verità e sicurezza, posponendo a queste però la bellezza e zittendo il canto dell'anima.
Diane Lane è una mamma, una moglie, una donna tradita,spiazzata da una vita sulla quale aveva investito ogni cosa e che, così senza avvisare, le ha voltato le spalle. Richard Gere invece prima di essere qualunque altra cosa è un medico, ed è proprio l'amore della sua vita, il lavoro, a voltargli le spalle:
perde una paziente durante un "banale" intervento estetico e così, su richiesta del marito della defunta, decide di parlare con la famiglia e la raggiunge in una piccola località di mare, prenotando l'alloggio in un rifugio, gestito proprio, momentaneamente, da Diane Lane.
Due anime sperse, naufraghi superstiti della tempesta della vita, si compirà per loro il miracolo del cuore.
In un mondo in cui sembra mancare il tempo anche per amare si dimostrerà che, non solo non è mai troppo presto per cominciare, ma anche che, specialmente, non è mai troppo tardi per ricominciare.
Si intrecciano così il tema del sentimento maturo, con quello del perdono, accennando anche al rapporto tra genitori e figli; Probabilmente sarebbe stato più intenso vederli maggiormente approfonditi.
Manca forse poi il crescendo di emozioni, tutto eslode sullo schermo, non lasciando il tempo allo spettatore di gustare appieno ogni nota sentimentale sulle cui forme la pellicola poggia, nulla si svela, tutto accade, dirompente come un uragano; così come vento, pioggia e fulmini si scatenano sulla spiaggia del piccolo rifugio, così, i cuori dei protagonisti si lasciano colpire inermi dalle frecce di cupido.
VICKY CRISTINA BARCELONA
Con Scarlet Jhansson e javier Bardem.
Due amiche, Vicky e Cristina, decidono di trascorrere i mesi estivi a Barcellona, la prima è fidanzata con un giovane di successo, "fatto in serie" direbbe Cristina, quest'ultima invece è alla ricerca di emozioni, romanticamente instabile, applica il concetto del carpe diem.
La pellicola è piuttosto lenta, quasi statica e scontata in alcuni tratti, eppure paradossalmente le emozioni dei personaggi si evolvono velocemente, quasi frettolosamente, per poi così risolversi in una bolla di sapone.
Infondo questo schema cinematografico non ci sorprende, perchè porta l'inconfondibile firma del regista: Woody Allen.
Questi nei suoi film non pare eccessivamente interessato ai colpi di scena, il suo obbiettivo primario non è quello di sorprendere lo spettatore, che può facilmente intuire gli sviluppi delle vicende, quanto piuttosto di descrivere la vita.
Così le trame appaiono quasi scarne, molto essenziali nei loro contenuti, ma non si può parlare di banalità, l'elemento da dover sempre tener presente è la semplicità.
Se si potesse descrivere con una parola Woody Allen, a parer di chi scrive, lo si potrebbe qualificare come un osservatore, e i suoi lavori quasi come dei documentari del reale.
La sensualità e la sessualità sono sempre presenti, ma non sono spudoratamente mostrate a livello visivo; colpisce la figura del tenebroso pittore catalano, che sedurrà e conquisterà sia la vivace Cristina, sia l'apparentemente irraggiungibile Vicky, intrappolata in schemi formali fittizzi che le permettono di sentirsi stabile, ma anche noiosamente sicura.
Un poco spiazza la schiettezza dell'artista spagnolo, che rivela tranquillamente le sue intenzioni, tutt'altro che innocenti, alle due protagoniste; sembra tuttavia mancare l'intrigante fase del corteggiamento, o comunque è soltanto appena accennata, così i successi del nostro " conquistadores" sono da doversi attribuire, non all'irresistibilità e alle capacità che invece erano proprie dello storico "Casanova" e di chiunque si sia a lui ispirato, ma, alla sua spudoratezza, che pare doversi ritenere sufficiente per sedurre più facilmente una donna, in un mondo in cui, volendo e ammettendo l'esistenza di ruoli, questi paiono invertiti, trasformando l'uomo da cacciatore a preda e la donna in preda di se stessa per certi versi, non riuscendo mai a dimenticare completamente il desiderio di essere corteggiata.
Come succede nelle estati reali, anche nell'estate di woody Allen, tutto accade più velocemente; si annida poi e serpeggia flebilmente nelle scene l'incapacità di rischiare davvero delle due ragazze:
Vicky si scoprirà non pronta a lasciare le sue catene, le mancherà il coraggio di spiccare il volo, Cristina, apparentemente ribelle, preferirà restare a galleggiare tra le sue domande e i suoi sogni, temendo forse il confronto con il reale.
WANTED
Scegli il tuo destino.
" I lupi governano, non le pecore".
Abbasso il debole, non c'è spazio per la mediocrità, la morale impallidisce difronte al disegno generale, sono necessari dei sacrifici per raggiungere i grandi obiettivi.
Il regista, Timur Bekmambetov, cattura l'ettenzione dello spettatore dando rilevanza agli effetti speciali, che si manifestano in inseguimenti adrenalinici a quattro ruote, combattimenti corpo a corpo e sparatorie.
Fulcro della vicenda è un telaio, particolarissimo perchè custode di un codice che porta all'identificazione di persone, che, se non eliminate, porterebbero allo stravolgimento del destino.
La "Confraternita" ha così il compito di proteggere l'ordine delle cose, non importa il nome della futura vittima, per loro non è un uomo, è un bersaglio.
L'interpretazione dei protagonosti ( Angelina Jolie, James McAvoy e Morgan Freeman) e l'attenzione al dettaglio cinematografico, un poco distolgono dal significato del film che vive in modo latente nella pellicola, fatto tacere anche da una trama con risvolti piuttosto prevedibili.
Volendo estrapolare un senso che vada oltre le pallottole, oltre il carisma dei personaggi, probabilmente quel che resterebbe è l'immagine moderna del superuomo di Nietzsche.
L'uomo comune è schiavo della morale e ad essa si appella pure per difendere sè stesso, per autogiustificarsi, per porsi dei limiti esterni e generali che possano nascondere quelli suoi specifici, intrinsechi e strutturali.
La morale, in questo senso, avrebbe impedito l'emergere di esseri superiori, spiriti liberi, destinati a detenere il potere.
La domanda è se davvero questi individui eccezionali sapranno vivere " al di là del bene e del male", oltre il confine posto dagli uomini, pronti a sacrificare ogni vita, anche la propria per "l'ordine supremo"; oppure se, inquanto fatti anch'essi di carne, lasceranno corrompere il loro spirito dal potere o dal più antico di tutti gli istinti: l'attaccamento alla vita.
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